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GLI INVALIDI, I MUTILATI E I DECORATI CANICATTINESI DELLA GRANDE GUERRA

Quando Benito Mussolini il 10 maggio 1924, verso le sette e trenta del mattino, giunse in treno a Canicattì a inaugurare il Monumento ai Caduti, che si ergeva allora in mezzo alla religiosa pace dei pini del Parco della Rimembranza, volle accanto a sé, sul solenne podio delle autorità, il grande invalido di guerra Vincenzo Guarneri. E, dopo il discorso del generale Luigi Gangitano, lo abbracciò commosso dinanzi alla fitta folla di canicattinesi che gremiva la piazza San Diego. In tal modo, nello stesso tempo che riverente si inchinava ai Caduti, il Capo di Governo rendeva onore a tutti gli invalidi e mutilati di guerra, che numerosi erano accorsi assieme agli orfani e alle vedove.

Quattro grandi invalidi annoverava Canicattì tra i combattenti e reduci del primo conflitto mondiale: Vincenzo Guarneri, Angelo Cilia, Antonio Puzzanghera e Salvatore Tavella, tutti soldati semplici di fanteria, i quali, nel compiere con estremo coraggio il loro dovere per restituire all'Italia le terre irredente durante quella che è unanimemente ritenuta la quarta guerra d'indipendenza, avevano subito mutilazioni e menomazioni gravissime.

Vincenzo Guarneri aveva ventisei anni quando, il 12 ottobre 1916, in un aspro combattimento contro le forze austriache veniva investito dalla devastante deflagrazione di una bomba a mano, che lo lasciava in vita con infinite ferite, ma privo per sempre della luce degli occhi. Una granata colpiva circa un mese dopo, l'11 novembre 1916, il ventottenne Angelo Cilia e gli strappava con violenza la vista e le mani. Antonio Puzzanghera, invece, restava vittima del freddo glaciale delle trincee più avanzate, dove l'assideramento gli toglieva per sempre l'uso dei piedi, che gli venivano amputati il 12 gennaio 1918, quando egli aveva appena vent'anni. Ventidue ne aveva invece Salvatore Tavella, quando veniva gravemente ferito sulla Bainsizza il 18 settembre 1918. Colpito in più parti della testa, doveva tanto soffrire, lottando disperatamente con l'avverso destino, che infine gli risparmiava la vita, ma gli lasciava lesa la facoltà più eletta.

Molti di più furono i mutilati, i quali, pur non riconosciuti come grandi invalidi, sopportarono con dignità le sofferenze delle loro menomazioni e la croce delle afflizioni, paghi soltanto di aver fatto il loro dovere e di avere servito la patria. Assai lungo sarebbe elencarli tutti. Sono in gran parte semplici soldati, i quali all'unità d'Italia sacrificarono il tempo loro primo e di sé la miglior parte. Basti ricordare Diego Avanzato, Raimondo Bertolini, Vincenzo Barbara, Luigi Bordonaro, Salvatore Carlino, Calogero Corbo, Giacomo Catanese, Giuseppe Cupani, Michelangelo Cuva, Alfonso Cigna, Antonio Fazio, Gaspare Failla, Vincenzo Lo Giudice, Salvatore La Marca, Mario Lalicata, Calogero Leone, Angelo Martines, Giuseppe Miccichè, Paolo Oliveri, Angelo Pellitteri, Antonio Serrao.

Ce ne furono tanti che tornarono incolumi dalla guerra, con decorazioni varie. Ebbero la medaglia d'argento al valor militare il soldato Vincenzo Di Forti, il soldato Paolo Caporossi, il soldato Vincenzo Di Ventura, il sergente Giuseppe Di Franco e il caporale Gaetano Corbo. Per quest'ultimo, spentosi ventinovenne a Canicattì il 9 agosto 1924, tra il compianto di tutti gli ex combattenti, che vollero tributargli solenni esequie, la motivazione diceva: "Costante mirabile esempio di fermezza e coraggio, quale comandante di una pattuglia di Arditi, in una zona fortemente battuta ed insidiosa, affrontava con impareggiabile ardimento una grossa pattuglia avversaria e la catturava".

Medaglie di bronzo riportarono il tenente Antonio Gulino, il soldato Mariano Martines, il caporale Angelo Cupani, il sergente Angelo Pillitteri, il soldato Giuseppe Calà, il caporal maggiore Vincenzo Di Gangi, il carabiniere Benedetto Boldrini, il finanziere Gerardo Messina e il tenente Giuseppe Alaimo, del quale asseriva la motivazione che, quale comandante di una Sezione Lanciafiamme, si era lanciato, alla testa dei propri reparti, contro una posizione nemica, raggiungendola tra i primi e contribuendo efficacemente ad annientare la resistenza delle forze austriache.

Entrambi la medaglia di bronzo ricevettero i fratelli Ernesto e Antonino Terrana, ambedue tenenti. Il primo, al comando di una compagnia di fanteria, aveva sferrato un audace assalto ad una trincea nemica e, benché ferito ad una gamba, aveva proseguito imperterrito nell'azione, incitando i soldati ad avanzare. Il secondo, di sei anni più giovane, si era particolarmente distinto per valore e coraggio in una zona ripetutamente battuta dal fuoco dell'artiglieria nemica; e sotto le raffiche delle mitragliatrici austriache era rimasto impavido in testa a tutti, rincuorando e incitando i soldati del suo plotone.

 

Diego Lodato, Gli invalidi, i mutilati e i decorati canicattinesi della Grande Guerra, in La Torre, a.XXXVII, n.22, 24 novembre1991

 


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