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La festa di San Giuseppe

Da li Tri Re alla Cannilora c’è meno di un mese, celebrandosi essa il 2 febbraio. La liturgia nelle chiese si svolge ancora ed è quella universale, che commemora la presentazione al tempio di Gesù Bambino e la purificazione della Vergine. Il rito consiste nella benedizione delle candele, donde il nome di “Candelora”. Ma l’usanza popolare canicattinese è scomparsa da tanto tempo. E doveva essere certamente pittoresca, se, come qualche anziano di parecchi anni fa vagamente ancora ricordava, una ragazza vestita da Madonna, con un Bambino di gesso tra le braccia, entrava nella chiesa di San Francesco sopra un asinello, che un vecchietto raffigurante San Giuseppe andava trainando.

La scena era, pertanto, quella della Sacra Famiglia, la stessa che compare, il giorno 19 marzo, per la festa di San Giuseppe. Si è detto che compare, ma bisognerebbe dire compariva, perché anche questa usanza è negli ultimi anni praticamente scomparsa: e il colpo di grazia le è stato inferto dalla legge sulla soppressione delle festività.

Tutto cominciava, di solito, con un voto fatto da qualche devota per implorare una grazia dal santo Patriarca. Era allora d’obbligo, in prossimità della festa, far la questua per le case del paese per raccogliere quanto fosse necessario a preparare un ricco pranzo. A far da San Giuseppe, il giorno della ricorrenza, era in genere un vecchio indigente, abbigliato con tunica blu, fascia rossa a bandoliera, aureola di cartone sul capo e bastone in mano sormontato da barcu (violaciocca). Egli con la destra tirava un asino, su cui stava assisa una fanciulla vestita da Madonna, con un ampio manto celeste, una corona di latta sulla testa e un Bambinello di gesso tra le braccia; e con la sinistra teneva per la mano un ragazzetto in serica veste, che alla gente doveva sembrare Gesù Bambino: e nessuno si meravigliava che fosse un doppione. Davanti ad essi incedeva l’Angilu, un ragazzo con elmo e corazza, una fulgente spada in pugno e ali di cartone dorato alle spalle; e dietro a tutti la banda musicale e la gente in corteo verso la chiesa di San Giuseppe per assistere alla messa.

Al ritorno, dinanzi alla casa della devota organizzatrice, la singolare Sacra Famiglia trovava una gran tavola imbandita. Il Bambino si avvicinava alla porta sprangata della padrona, chiedendo ospitalità, ma invano. Lo stesso facevano la Madonna e l’Angelo, finché non era il turno di San Giuseppe: solo allora la porta si apriva. Talvolta era soltanto San Giuseppe a bussare alla porta per impetrare asilo; ma dall’interno gli si rispondeva che era tutto esaurito e non c’era posto per nessuno. Egli però, dopo avere fatto un giro attorno alla tavola, tornava a bussare: e ciò per tre volte di seguito, fino a quando, a spalancar l’uscio, interveniva l’Angelo con la spada.

Iniziava quindi il banchetto, con la benedizione del Bambino e la protezione dell’Angelo, che se ne stava, con la sua fulgente spada sguainata, a girare attorno alla tavola per tenerne lontani i ragazzi presenti, ai quali faceva gola quella bella abbondanza, che andava dall’insalata d’arance, minestra, pasta al sugo, carne arrosto, fritture varie e carciofi lessi, alla frutta assortita, cassata, cannoli, paste ricce e altre leccornie. A ogni portata esplodeva tra gli astanti, in mezzo al fragore di un mortaretto, il grido di viva lu Patriarca San Giuseppi!, mentre le donne addette al servizio toglievano dalla mensa i lauti resti, destinati ad essere poi distribuiti ai congiunti di quella Sacra Famiglia.

Fino a tutto il secolo scorso vigeva anche la consuetudine che i benestanti canicattinesi il 19 marzo imbandissero, in onore di San Giuseppe, un ricco pranzo a una Sacra Famiglia di poverelli. Ma l’usanza più singolare era quella di padre Stefano Munna, che da agricoltore interessato, ogni anno, durante la novena, toglieva al simulacro del Patriarca il bastone e andava a nasconderlo sotto una caldaia di rame, perché, a suo dire, così facendo, «risparmiava e toglieva la tentazione al Santo di bacchiare prima del tempo le mandorle piccole e appena uscite dal fiore, soggettissime ai geli, caratteristici in Sicilia proprio nella novena di San Giuseppe».

Pure scomparsa è la tradizione della novena di San Giuseppe, suonata e cantata dai violinisti ciechi davanti alla casa dei devoti, sulla cui porta qualcuno di loro, che cieco non era, tracciava con il pennello un segno come caparra e garanzia di mercede. Non si svolge più nemmeno la processione di San Giuseppe con il Bambino: e dire che una volta essa occupava ben tre giorni. Il 17 marzo usciva la statua del solo Bambino e andava, portata a spalla dal comitato della festa, tutto composto da falegnami, in casa Gangitano, al piano degli Agonizzanti; l’indomani il Bambino, rivestito a nuovo e rilucente d’argento, ritornava in chiesa; e da qui il 19 marzo partiva al completo la processione.

(Da "La città di Canicattì" di D. Lodato e A. La Vecchia, Papiro Editrice, Enna 1987)


solfano@virgilio.it







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