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SOMMARIO STORICO DI CANICATTÌ

di Diego Lodato

 

 

Canicattì nel Cinquecento

Successore di Filippo Bonanno fu nel 1555 il figlio Giovan Battista. Esistevano in quel tempo, cioè verso la metà del Cinquecento, i quartieri di Borgalino, nella parte alta del paese, e di San Pancrazio, presso il Castello, dove sorgeva l'antica Matrice. Ma si fa menzione, negli antichi documenti dell'epoca, anche del quartiere di San Francesco e di quello di San Sebastiano, dal nome della chiesa che poi venne dedicata a San Diego, e si nominano pure due conventi: il carmelitano e il conventuale. Quest'ultimo venne costruito con l'attigua chiesa di San Francesco nel 1554. Pressappoco contemporaneamente sorse il convento del Carmine con l'annessa chiesa.

Nel 1597 divenne barone di Canicattì Filippo Bonanno Rocca. Sotto la sua baronia fu edificata la chiesa di San Domenico, con il convento dei domenicani, e forse nello stesso periodo anche la chiesa di San Biagio.

 

Il duca Giacomo Bonanno Colonna

Nel 1619 la baronia di Canicattì passò a Giacomo Bonanno Colonna, il quale quattro anni dopo divenne per decreto reale duca della terra di Montalbano, ereditata dalla madre. Egli trasformò e abbellì talmente il volto del paese da meritarsi l'appellativo di nuovo fondatore di Canicattì. Di lui scrive, tessendone meritatamente le lodi, la Bibliotheca Sicula, che lo definisce non solo uomo colto e letterato, ma anche protettore di letterati, di cui fu generoso amico e benefattore. Egli fece costruire a Canicattì tre monumentali fontane, tutt'e tre di marmo e ridondanti di acqua.

 

La fontana del Nettuno

Della fontana di quella che è ora la Piazza IV Novembre il Lexicon parla di "artis miraculum", meraviglia dell'arte, e la Storia Generale di Sicilia la definisce "di bellissima scultura". Essa stava nel centro della piazza, che anticamente era molto ampia e arrivava fino al limite della chiesa di Santa Rosalia, chiesa ora sconsacrata e adibita ad usi profani. La monumentale fontana che vi si ergeva era a tre ordini, adorna di una vasca, della statua di Nettuno, di altri emblemi, e in alto del simulacro della Fama. Spargeva acqua in abbondanza ed era chiusa da cancelli di ferro. Ammirevole monumento di arte barocca, il gruppo monumentale del Nettuno di Canicattì è diventato il simbolo del Comune. Sul prospetto della torre campanaria del Purgatorio venne collocato ai primi dell'Ottocento, quando la chiesa, tra il 1802 e il 1807, venne costruita a spese del barone Gaetano Adamo.

Il Nettuno è stato sempre chiamato dal popolo Petrappaulo ; la Fama, invece, l'angilu. Il nome di Petrappaulo datogli dal popolo è la storpiatura di pietra che parla, traduzione del lapis loquax dell'epigrafe latina, che campeggia tra l'edicola della Fama e la sottostante edicola del Nettuno.

Spiegata un po' liberamente, l'epigrafe dichiara che la Fama, scolpita nel marmo, si è fermata e non è potuta andare più in giro a predicare la grandezza del duca Giacomo I Bonanno Colonna; ma, pur così ferma, ne attesta ancor più la gloria, poiché è la stessa pietra che parla, che testimonia cioè la magnificenza del duca.

Tale magnificenza era anche attestata dal blasone dei Bonanno, che portava effigiato un gatto nero passante in campo d'oro e vantava l'altero motto: "Neque sol per diem, neque luna per noctem", che era come dire che né il sole nel corso del giorno, né la luna nell'arco della notte potevano competere con lo splendore della baronia.

Una statua di Mercurio ornava la fontana di Borgalino; le statue di Adamo ed Eva, con sculture di fiere, obelischi, monete e blasoni, abbellivano quella dell'Acquanova, le cui acque si raccoglievano in una immensa peschiera. Accanto a quest'ultima fontana il duca Giacomo fece costruire una gran bella strada da passeggio in direzione di Naro, lunga circa un miglio e delimitata da verdi ombrosi alberi.

 

Il convento e la chiesa dello Spirito Santo

Il duca fu un precursore dei tempi e con le sue opere gettò le basi per il futuro sviluppo di Canicattì nella zona bassa pianeggiante, favorendone il progresso come importante centro viario e commerciale. Egli si prodigò anche per la costruzione del convento di Santa Maria di Gesù dei minori osservanti e l'ampliamento della chiesa dello Spirito Santo. Si sa che tale chiesa, pur in dimensioni più ridotte, preesisteva all'attiguo convento di Santa Maria di Gesù. Ma anche tale convento, più che fondato, dovette essere ricostruito e ampliato, alla luce almeno di quanto si legge negli Annali del cappuccino fra Saverio.

Leggiamo nel manoscritto dello storico narese che nel 1475 fece la sua professione religiosa nell'Ordine dei minori osservanti fra Girolamo da Naro, della famiglia Nocera, "uomo di vita santa e di aspra penitenza", che spese tutte le energie della sua vita nell'aiutare i bisognosi e nell'assistere gli infermi. Egli, pur di alleviare le pene degli ammalati, cercava di accontentarli in tutto, anche nei desideri più singolari, come quando chiedevano particolari frutti fuor di stagione. E racconta fra Saverio che fra Girolamo glieli portava "freschi, e come colti dagli alberi li frutti desiderati, anco quando era già sterile ogni pianta, e la terra ricoperta di neve".

Questo santo religioso, secondo quanto scrive fra Saverio, trascorse la sua esistenza nel convento di Canicattì. Quindi si deve dedurre che prima del 1633 ci fosse un piccolo cenobio accanto a quella che in quel tempo era una piccola chiesa dedicata allo Spirito Santo. Ma leggiamo quello che testualmente scrive fra Saverio sulla morte di fra Girolamo da Naro della famiglia Nocera: "Nella sua morte si udì suonare a gloria la campana del convento di Cannicattì ov'egli visse e chiuse la vita, ed accorsi i padri a visitare il cadavere, lo trovarono in mezzo a 12 cerei accesi senza umano soccorso".

 

L'Ospedale e la chiesa di Santa Rosalia

Il duca Giacomo, sensibile ai bisogni dei canicattinesi, mentre imperversava la peste provvide anche a edificare un ospedale, intitolato ai Santi Filippo e Giacomo, ubicato là dove sorge ora il Collegio di Maria. Nel Lexicon Topographicum Siculum vien detto "Ospedale di San Sebastiano, in cui si ha cura degli infermi e dei pellegrini".

A Palermo la peste cessò dopo il ritrovamento del corpo di Santa Rosalia: e ciò ne fece crescere la devozione in Sicilia, perché fu considerata la liberatrice dell'isola da quel flagello. Fu in ringraziamento di ciò che a Canicattì, venne ricostruita e ingrandita una chiesetta dedicata al SS. Sacramento, che fu intitolata a Santa Rosalia: ed è quella, ora sconsacrata e poco riconoscibile, che s'innalza a circa metà del Corso Umberto su un terrapieno.

Di questo duca, come rileva il Sacheli, "veramente fu duraturo il ricordo presso il popolo che di cosa assai antica e assai bella dice, non senza talvolta anche una sottile ironia: a li tiempi di lu duca Jabbicu".

 

Il duca Giacomo Bonanno Crisafi e la Badia

Successore del duca Giacomo Bonanno Colonna fu il figlio Pietro, primo principe di Roccafiorita della sua famiglia per eredità materna, il quale potè disporre di immense ricchezze, ma si spense prematuramente senza lasciare figli. La baronia di Canicattì passò perciò al nipote Giacomo Bonanno Crisafi, che nel 1663 diede inizio alla costruzione della Badia, di cui prima badessa fu una sua zia paterna. Sul prospetto della Badia il duca volle che vi fosse scolpito lo stemma della sua famiglia. Benché assai corroso e alterato dall'ingiuria del tempo e degli uomini, lo si può notare ancora.

L'alone di mistero che circondava la clausura del monastero faceva sbizzarrire la fantasia popolare. Si racconta in particolare di un tentativo di incursione fatto dal celebre bandito Antonino Di Blasi da Pietraperzia, detto Testalonga, terrore della Sicilia. Così ne parla il prof. C.A.Sacheli : "Il bandito tentava di entrare nella chiesa per penetrare nell'attigua ricca badia delle monache benedettine. Atterrata una porta laterale, vide pararglisi innanzi un vecchio venerando dalla lunga barba bianca, il quale col pastorale gli vietava l'ingresso: era San Benedetto, e la badia fu salva".

L'arcano mistero di quell'atmosfera claustrale, pervasa di penombre, di silenzio e solitudine, coinvolgeva e avvolgeva anche l'ambiente esterno, di modo che nel buio della notte l'immaginario collettivo vedeva spettri e fantasmi vagare nei dintorni.

 

Lu Cirrimbambulu di la Batia

Tra la chiesa della Badia e quella di Santa Barbara si aggirava, secondo gli antichi, un pauroso fantasma sul cui aspetto non tutti erano d'accordo, perché per alcuni era un mostruoso mulo con una strana gobba, mentre per altri era un immane ciclope, con le gambe divaricate tra i tetti delle due chiese. Di giorno non si faceva mai vedere da nessuno e non dava fastidio alcuno a chi si trovasse per caso a passare; ma di notte si scatenava con le sue visioni tenebrose e terrorizzava quanti si trovavano a passare. Era talmente indefinibile tale fantasma che il popolo lo chiamava unanime lu Cirrimbambulu di la Batia.

 

La vaneddra di l'incantisimi

Contigua al chiostro della Badia c'era per il popolo e c'è ancora la cosiddetta Vaneddra di l'incantisimi, cioè la strada degli spiriti. Stretta tra il muro di cinta del monastero femminile benedettino e la parete dell'altura rocciosa su cui sorge il Palazzo La Lomia, non porta segni di abitazione alcuna o di vivente aspetto, né a destra né a sinistra, sicché nella solitudine e nell'oscurità della notte non c'era nel passato chi sfuggisse ai terrori di allucinanti visioni di indefinibili fantasmi. E i racconti dettagliati di apparizioni di spiriti, che alcuni di più accesa fantasia facevano, diffondevano maggiormente la paura, tanto che anche i più ardimentosi, calate le tenebre della sera, si guardavano bene dal passarvi.

 

Lu picciliddru di l'Agurzanti

Poco più sotto della Badia, nel piano degli Agonizzanti, la fantasia popolare aveva ambientato un'altra leggenda, quella del cosiddetto picciliddru di l'Agurzanti. E un motivo c'era. Proprio in tale piano era ubicata la ruota, la casa di accoglienza dei trovatelli, chiamati nel tempo antico proietti. Raccontava la gente che un bambino in fasce giacesse abbandonato la notte davanti alla chiesa di Maria SS. degli Agonizzanti. Era a tutti noto come lu picciliddru di l'Agurzanti, il quale faceva tenerezza ai notturni passanti; ma, una volta preso in braccio, cambiava sembiante e immobilizzava.

 

Il terremoto del 1693

Sul posto dove tra il 1802 e il 1807 venne edificata la chiesa del Purgatorio erano ubicate le carceri baronali. Tali carceri erano state costruite nel 1680 da Filippo Bonanno Marini, che in tal modo aveva liberato il Castello. Fu sotto la sua baronia che a Canicattì si consolidò il culto di San Diego , poiché al Santo Protettore venne attribuita la salvezza del paese nel terribile terremoto del 9 e 11 gennaio 1693, quando tanti centri abitati della Sicilia orientale vennero distrutti o gravemente danneggiati, e ci furono circa 60.000 morti.

Fra Salvatore da Naro, che del terremoto fu testimone oculare, descrive con dovizia di particolari e con l'ortografia del tempo il terremoto: "Ciò fu la sera del venerdì dell'accennato 9; a circa l'hore 4 e quarti 3 in circa che s'intese la prima scossa del terremoto sudetto, benché non fu con tanta violenza, ma da Catania sino a Siracusa, e quasi menzo Val di Noto fu terribilissimo, che durò un Credo cantato a canto fermo". E quanto all'altra scossa più terribile dell'11 gennaio successivo egli racconta: "La Domenica poscia dell'11 di detto mese replicò il terremoto assai spaventevole ad hore 20 e menza doppo il vespro, e prima del terremoto si levò una nuvola da Mongibello che coprì la città di Catania, ed a ciel sereno, s'oscurò in un baleno tutt'il Regno, come se fosse stata la menzanotte; sibilava un vento extemporaneo, e senza che fosse stato tanto gagliardo, arrecava con tutto ciò orrore grandissimo, in maniera che, l'uccelli scappavano spaventati, tutti l'animali quadrupedi rotulavano e fugivano, e senza potersi regere in piedi si coricavano atterriti e tremanti: in un medesimo tempo si turbò il Mare di Catania e di sifatta maniera s'inalberò, che pareva quasi toccar le nubi, e si sentì un tal scoppio, che se tutti i tuoni si fossero in uno congregati, non potevano cagionar magior ribombo; caddero allora assieme con la città di Catania tutte le torri e casini di campagna quanto pure tutte le terre e casali convicini... si vidde invisibilmente uscire dal monte Etna alcuni globi tortuosi, di fuoco e denzissimo fumo, che si dilatorno sino a Siracusa, e si stenderono parimente in altre Città, come a Leontini, Agosta, Paternò, Adernò. Il detto terremoto durò fierissimo, e terribilissimo, più d'un quarto d'hora, e tutte quelle città e terre restorno rovinate, come mai vi fosse stata fabrica veruna".

 

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